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Il Presepe Leccese
Tutta la tradizione
folkloristica del Salento, e di Lecce in particolare, è fortemente caratterizzata
dal temperamento e dalla sensibilità collettiva del suo popolo, che accomuna
i più diversi ceti sociali nel culto per la famiglia, nella devozione
religiosa, nel decoro della persona e delle cose, nell'innato senso del
bello. Qui il presepe è più che un rito o un'abitudine, è una passione
inestinguibile, un amore sconfinato, un tarlo roditore, un virus contagioso,
un gene in più di questi meridionali di razza che sono i leccesi. La stessa
città è un esempio dell'estro di questo popolo: dall'esuberanza plastica
dei suoi palazzi e delle sue chiese barocche, alle vetrine dei pasticceri
dove per la Pasqua si espongono graziosi agnellini di pasta di mandorla
farcita e decorata a riccioli, a colori bianco e bruno, col musetto perfettamente
modellato e dipinto. Pare proprio che un po' tutti a Lecce nascano o diventino
modellatori e scalpellini. Se si vuole tentare di ricostruire una storia
di questo "genio" leccese è proprio dagli scalpellini che bisogna partire.
Questi umili fabbricatori, che pian piano si specializzarono a lavorare
la morbida pietra leccese tanto da trarne “frutti e angioli, fogliami
e santi, uccelli e colonne tortili”, sono stati i progenitori dei maestri
cartapestai. Le due lavorazioni (terracotta e cartapesta) hanno sempre
convissuto grazie proprio agli scalpellini che fecero bella Lecce lungo
i due secoli del barocco. E questa simbiosi fra due tipi di artigiani
fu una simbiosi anche fra due ceti sociali, quello ricco dei committenti
(nobili e ordini religiosi) e quello povero degli esecutori, divenuti
ben presto alte maestranze capaci di collaborare intimamente con architetti
e disegnatori alla creazione di un'opera d'arte. E di condividerne la
dignità e l'onore. Il popolo acquisì una manualità tale da appropriarsi
subito della tecnica della cartapesta che pare sia giunta qui, a metà
del XVII sec., da Napoli o da Venezia, dall'Oriente o dalla Spagna, dalla
Francia o dalla Germania. Le ipotesi sono tante ma tutte poco provate,
tanto che lo sciovinismo locale ha buon gioco a pretendere che la cartapesta
sia nata proprio a Lecce.
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Certo è che i leccesi
ne hanno fatto un'arte, modificandola, migliorandola, arricchendola e
facendola assurgere ad alti livelli. Fu un processo lungo che vide il
suo acme nel Sette-Ottocento e nella grande statuaria sacra che andò a
riempire tutte le chiese del Salento ma anche molti paesi europei ed extraeuropei.
Primo protagonista ne fu Mesciu Pietru de li Cristi, soprannome del primo
cartapestaio documentato con una statua di San Lorenzo in Lizzanello del
1782. Il suo nome era Pietro Surgente (1742-1827) e fu il maestro (mesciu)
di una schiera di grandissimi scultori della cartapesta nell'Ottocento,
quasi tutti ricordati col loro soprannome: segno questo di una dimensione
tutta paesana, quasi familiare e umile della loro attività che pure varca
i confini non solo del paese e della provincia, ma del Regno di quell'Italia
umbertina che fu prodiga di alti riconoscimenti per quest'arte popolare
che si poneva con dignità accanto all'arte dotta. Nel secolo scorso si
passa dalle grandi statue per altari, alle piccole statue per i presepi.
Cominciò un certo Mesciu Chiccu Pierdifumu a modellare pupi da presepe
in creta, che poi, aiutato da sua moglie Assunta Rizzo, "vestiva" con
pezzi di stoffa alla napoletana per le misure più piccole e con fogli
drappeggiati di carta imbevuta di colla per le misure più grandi (fino
a 30 cm.) in cui il corpo veniva ridotto a uno scheletro di fil di ferro
e stoppa. Così, impercettibilmente, si passò dal classico pupo napoletano
al classico pupo leccese. Eppure questo passaggio da un prodotto di importazione
ad uno autoctono forse si ebbe ancor prima, a metà del XVIII sec., come
si può dedurre da un raro esempio di presepe napoletano con pupi salentini
che si trova a Parabita , nell'antica chiesa del Crocifisso. Accanto alla
attività degli artisti professionisti si assiste ad una vera e propria
germinazione spontanea di artisti popolari, tra i quali spicca la classe
dei barbieri di Lecce, che intorno al 1840 cominciarono ad imitare i cartapestai
e, nelle lunghe ore libere del loro lavoro con pettini e forbici, si dettero
a modellare sia la carta pestata che la creta con mani, bulini e stampi.
Naturalmente i grandi maestri cartapestai, che si sentivano scultori a
tutti gli effetti, arricciavano il naso davanti ai ben più modesti prodotti
dei barbieri accusati di aver provocato la decadenza dell’arte facendo
pupi in serie con gli stampi; eppure quei pupetti erano sempre uno diverso
dall’altro perché la fantasia di ciascun puparo cambiava colori, posizione
delle braccia, dettagli del vestiario, accessori aggiuntivi tanto da dare
ciascuno una sua impronta personale al manufatto, alla sua creaturina
di creta. Comunque la convivenza fra le due categorie fu sempre pacifica,
frequenti furono i passaggi dall’una all’altra anche perché ciò che i
cartapestai conquistavano in qualità i barbieri pupari conquistavano in
quantità e diffusione, dato che entrambe le categorie rispondevano alle
esigenze di due diversi livelli di utenza e committenza. La generazione
successiva dovette vivere il momento più difficile per la cartapesta leccese
intorno al 1933, quando un vescovo di Lecce di origine veneta, Mons. Cuccarollo,
dichiarò guerra a quest’arte denigrandola in ogni modo fino a definirla
sacrilega e soppiantandola d’autorità con la scultura in legno altoatesina
proveniente dalle botteghe artigiane di Ortisei. La
polemica dilagò in tutta Italia, su giornali e riviste, con interventi
del Vaticano e tentativi di difesa unitaria degli artigiani leccesi. Ma
i vescovi passano e l'anima popolare resta... Quei presepi di cartapesta,
pupi e fondali, che a Natale si allestivano in ogni chiesa e in ogni casa,
grandi e piccoli, oggi sono introvabili. Nessuno o quasi li ha salvati
dalla distruzione come cimeli d’arte o di storia perché nell’uso pugliese
il presepio è sempre stato un bene di consumo, funzionale alla celebrazione
del Natale, da farsi per la circostanza e da disfarsi dopo la festa. Infatti
il presepe in Puglia non è mai stato considerato un “pezzo” di arredamento
o d’arte. E questo dava alimento a una ricchissima produzione popolare
che ogni anno si ripeteva. Ecco perché oggi è tanto difficile ritrovare
le testimonianze della grande stagione del secolo scorso e dei primi decenni
di questo secolo. Oggi comunque questa grande tradizione sta rivivendo
grazie alla ripresa d’interesse per il folklore e l’artigianato, ma anche
per una fede religiosa più vissuta e più vicina agli stessi giovani che
cominciano a rivolgersi alle antiche cose per curiosità o per interesse
filologico e culturale. Oggi si contano una decina di pupari professionisti
e una sessantina di dilettanti che tali si possono chiamare solo perché
svolgono un’altra attività prioritaria. Sono ferrovieri, falegnami, pensionati,
impiegati, persino professori che hanno ereditato quel famoso gene del
saper plasticare, modellare, dipingere, creare figurette gentili per far
corona a Gesù Bambino. E per tutto l’anno, nel tempo libero, sono indaffarati
a manipolare terracotta e cartapesta, a fuocheggiare (agendo con un ferro
infuocato sulle pieghe del manello drappeggiato), a decorare, dipingere,
collocare, architettare, costruire, tutto in vista di quel fatidico 12
dicembre quando scocca l’ora magica della Fiera di S. Lucia, luogo e tempo
che da secoli è deputato al mercato dei pastori e del presepe.
Notizie tratte da:
“Il Presepe pugliese arte e folklore” - Adda Editore - a cura di Clara
Gelao e Bianca Tragni. Su gentile concessione dell’Assessorato alla Cultura
- Città di Lecce.
Immagini: Figure
presepiali di Antonio Malecore e Angelo Capoccia
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